Export: imprese italiane in ritardo sull’Asia

Le aziende italiane capiscono che l’export sui mercati internazionali extra europei può rappresentare una utile via di salvezza dalle difficoltà congiunturali. Tuttavia, le imprese – forse scoraggiate da distanze commerciali, territoriali e linguistiche non facilmente sormontabili – risultano essere piuttosto in ritardo nell’investimenti nei mercati asiatici e, in particolar modo, in quello cinese.

Sebbene in Italia stia migliorando sensibilmente la qualità degli investimenti – meno delocalizzati e maggiormente orientati a produrre per i mercati locali – a progredire lentamente è la diversificazione territoriale degli impieghi, troppo concentrati in Europa e nel bacino del Mediterraneo, e poco attenti a cogliere le opportunità in Asia e nel lontano Oriente.

Stando a quanto emerge dall’analisi collimata nel rapporto Italia Multinazionale 2012, presentato a Milano dall’Ice, l’Agenzia per l’Internazionalizzazione e realizzata da R&P in collaborazione con il Politecnico di Milano e l’Università di Brescia, nel 2011 le imprese italiane che hanno investito all’estero sono state oltre 8,5 mila, con partecipazioni in più di 27 mila aziende che occupano ben 1,5 milioni di addetti, con fatturato di quasi 600 miliardi di euro.

La destinazione principale degli investimenti italiani all’estero si concentrano prevalentemente nell’Unione Europea e nel già ricordato bacino mediterraneo, seguito da Africa, Balcani, Russia. Gli investimenti in America Latina si fermano all’8 per cento, mentre è del 10 per cento la quota del Nordamerica. Sotto la media anche la presenza degli impieghi tricolori nel continente asiatico e nell’area Pacifico, pari all’11 per cento: una quota rilevante, ma pur sempre scarsa rispetto alle grandissime opportunità che la macro area è in grado di offrire.

L’Italia, afferma il report, appare in ritardo sul processo di internazionalizzazione delle imprese, sia sul fronte dell’entrata sia su quello dell’uscita. Tuttavia, sul fronte degli investimenti esteri – conclude l’analisi – il gap si starebbe lentamente colmando.

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