Export siciliano traina l’economia della regione

SICILIALa Sicilia, come molte altre regioni del Sud Italia, si scopre sempre più dipendente dal business legato all’export. L’internazionalizzazione commerciale, in altri termini, sta permettendo agli operatori regionali di controbilanciare il crollo della domanda locale, potendo quindi consentire, altresì, un miglior riequilibrio dei propri fatturati.

È d’altronde sufficiente scorgere i dati forniti dall’Istat, secondo cui nel terzo trimestre dell’anno le esportazioni della Sicilia nel mondo sarebbero cresciute del 16,8 per cento rispetto a quanto sperimentato nello stesso periodo di un anno fa. Nell’intero 2011, il ritmo di crescita delle esportazioni si fermò al 15,5 per cento, confermando pertanto la buona scia intrapresa dall’economia regionale.

Ad ogni modo, non tutti i dati sembrano essere privi di considerazioni oscure. Basti considerare che – proseguono i dati analitici dell’Istat – il 32,7 per cento delle esportazioni siciliane è rappresentato da coke e prodotti petroliferi raffinati (contro una media nazionale del 5,3 per cento). Come a dire che, tolte tali materie di esportazione o riesportazione, l’economia siciliana è piuttosto arretrata anche sul fronte dell’export manifatturiero, collocandosi ben al di sotto della media nazionale per quanto attiene alle principali categorie.

Una valutazione che appare tanto più vera quanto si considerino gli andamenti del settore dei prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori, il cui scarto rispetto alla media nazionale si attesta oltre i 5 punti percentuali. Meglio invece, come era prevedibile, l’export dei prodotti alimentari, delle bevande e del tabacco, con una quota pari all’8,7 per cento, contro il 6,5 per cento della media nazionale, e del comparto automotive (7,5 per centro contro il 3,5 per cento della media nazionale).

Per quanto riguarda infine i mercati di destinazione, diffusa è la convinzione che la Sicilia debba puntare soprattutto sull’area del mediterraneo e, in particolar modo, sui Paesi delle sponde meridionali, supportata dalla presenza di fondi strutturali e dalle (più scarse) risorse pubbliche.

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