Sito internet aziendale: meno di 2 imprese su 10 ne hanno uno

sito aziendaleSecondo quanto affermato da una ricerca di Google, in Italia solamente il 17 per cento delle aziende avrebbe la titolarità di un sito internet specifico per la propria attività imprenditoriale, contro il 34 per cento della Spagna e, soprattutto, contro percentuali ben superiori nell’Europa Centro – Settentrionale.

Una statistica che conferma l’arretratezza nazionale sul fronte del mondo digitale, in un contesto nel quale l’economia “online” vale solamente il 2 per cento dell’intero prodotto interno lordo, contro il 4 per cento della media comunitaria e contro una previsione del 10 per cento nel 2015 per il Regno Unito.

In un suo recentissimo approfondimento sul Corriere della Sera, Beppe Severgnini ricordava in proposito che secondo quanto affermato dal Boston Consulting Group, per ogni posto di lavoro che scompare il mondo digitale ne crea 1,8. Una analisi che ci conferma, ancora una volta, quanto sia fondamentale colmare il gap che separa lo scenario italiano dalle best practices internazionali, affinchè il divario economico e produttività non sia destinato a diventare sempre più ampio e profondo.

Quella che è stata ribattezzata come una “terza rivoluzione industriale”, in altri termini, rischia di non vedere tra i protagonisti proprio l’Italia. Una nazione che – aggiungeva ancora Severgnini sul suo blog – è straordinariamente adatta ad accogliere e cavalcare la rivoluzione digitale, considerando che ben pochi Paesi al mondo possono vantare l’elasticità, la creatività, la bellezza artistica e le eccellenze tricolori.

L’abbraccio convinto e deciso all’economia digitale potrebbe, in ultima sintesi, costituire l’unica chiave di rilancio della produttività italiana, ancora troppo ancorata alla “vecchia” economia in corso di fallimento. I ritardi nell’Agenda Digitale e le incertezze nella predisposizione (infrastrutturale, ma non solo) degli elementi determinanti per stimolare la terza rivoluzione industriale sembrano nuocere alle prospettive future: sarà davvero così?

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